TRISTAN CORBIE'RE
Inviato: 21 feb 2009, 15:40
etterature
Tristan Corbière: Parigi (e altro)
mercoledì 9 luglio 2003,
Sei sonetti e una canzone disperanzosa dagli Amori Gialli di Tristan Corbière.
Traduzione e commento introduttivo di Giulio Braccini.
Tristano Corbière, poeta maledetto, bastardo di genitori non solo legittimi ma addirittura legittimisti (e siamo verso la Comune), crebbe deforme ed esportò del tutto involontariamente il dibattito nostrano sulla gobba di Leopardi (che forse fa il poeta, o forse ne è fatta): nel suo natio borgo selvaggio lo chiamavano simpaticamente l’Ankou (la Morte) e lui ripagava i villani con burle di dubbio gusto ("rires jaune", risate gialle, amare o magari acide) e scrivendo antipoesie con metri tanto precisi da un punto di vista purissimamente formale quanto sostanzialmente sbilenchi ("ses vers faux furent ses seuls vrais", i suoi versi falsi, stonati, furono gli unici veri). Verlaine lo mise fra i suoi Grandi, Huysmans lo definì incomprensibile e straziante, Laforgue ne deprecò una presunta sciatteria prosodica (che è come dire che Pascoli non sapeva il latino), Papini lo importò in Italia, Palazzeschi lo orecchiò, Bréton lo antologizzò per l’umor nero, Eliot ne trascrisse versi nella Wast Land, Pound lo mise nel suo canone pedagogico, Beckett lo plagiò come Nietzsche con Stirner. Nel suo autoesilio, a Roscoff, venne raggiunto da un sedicente impresario della capitale e dalla sua amante, in vacanza; costei gli concesse parte delle sue grazie e divenne Marcelle, "la rime en ’elle’" degli Amori gialli, mentre lui, seguendoli nel vortice da WC di quella vita parigina, divenne Tristano, il terzo di una coppia.
Nel passaggio (esposto in senso inverso) da para-gauguiniani cristi rancidi a un volenteroso puttanesimo nasce Parigi, il poemetto che presentiamo qua lacerto. Ne mancano due sonetti, la cui musica da ingénus ci è stato, per il momento (e parliamo di anni), impossibile riprodurre. Rifacimenti dalla sua opera se ne possono elaborare con una certa facilità (anzi, si tratta di uno degli sport preferiti dall’estensore della presente nota), traduzioni - mah. Tant’è vero che ci siamo dovuti inventare un novenario giambico che mimi un’endecasillabo troncato (scazonte, zoppicante), facendolo crescere senza ritegno in un più musicale (ma altrettanto anomalo) decasillabo dai reiterati pronomi possessivi nelle terzine del Sonetto IV, e stabilendo lo stesso verso come base della chiusa (Ridi - bravo! - fa’ l’amareggiato). Non basta: se Céline ci ha regalato i suoi auratici (vedi Mari) tre puntini, noi ci siamo dovuti rifare all’altrettanto sospensiva invenzione di un altro Tristano (il figlio di Walter Shandy): il dash - o trattino che dir si voglia - che anche Corbière usa in abbondanza, senza però contarlo metricamente come abbiamo voluto far noi in questa sede. Non segnaleremo tutte le bislacche sinalefi e dialefi al cui stremo ci siamo ridotti, sottolineando solo (e solo qui e ora) che alcuni versi hanno anche preteso l’onore dell’ipermetro, in ogni modo giustificato da se stesso: "Castra l’amore… l’amore - lungaggini!", diceva il nostro (o chi in lui); e per assicurarci uno dei suoi pre-warholiani "Quarti d’ora d’immortalità!" siamo stati disposti ad aggiungere, ai sei sonetti, una canzone disperanzosa nella sua versione settenaria.
A tutto ciò, ben presto, daremo altra forma, lo venderemo a peso d’euro e lo dedicheremo a un nostro mentore d’altri tempi e al puttanesimo che ci seppe insegnare, vergognandoci per il momento di non aver incassato da quest’ozio nemmeno un mozzicone di lapis, che, si sa, "c’est ma lyre".
Tristano Corbière: Parigi
I. Bastardo di Creola e di Bretone
II. Là: vivi a frustate! - passare
IV. Amavo… - Ah, questa non va più!
V. È la bohème, bambino: rinnega
VI. Evohè! E frusta la vena!
VIII. Ridi - bravo! - fa’ l’amareggiato,
Paris I
Bastardo di Creola e di Bretone,
Ci venne anche lui - formicaio
Bazar dove nulla è di pietra,
Dove il sole manca di tono.
-Coraggio!- alla fila… un piantone
Vi pressa alla sbarra - Indietro! -
…Incendio - spento, neanche lustro;
Vuoti o no, ma passan secchioni. -
Là la sua musa fu pulzella
Signorina da marciapiede,
Uno chiede: Che vende quella?
- Nulla - Lei ci restava stupida,
Non sentendo suonare il vuoto
E ascoltando passare il vento…
Paris II
Là: vivi a frustate! - passare
In fiàcchere - in cellulare;
Ripassare - a ritornello,
Superarsi - e trapassare!…
- No, piccolo, proprio alla grande
S’inizia - che semplice trucco -
Povero: oro dappertutto;
Oscuro: un nome che li stenda!…
Alle mescite te lo incolli
E lo insegni a dei pappagalli
Che lo cantino - o lo fischino...
- Musica! - Il paradiso è qui
Dei maometti e delle urì,
Di dèi sponsor che si schiaffeggiano!
Paris III
[…]
Paris IV
Tristan Corbière: Parigi (e altro)
mercoledì 9 luglio 2003,
Sei sonetti e una canzone disperanzosa dagli Amori Gialli di Tristan Corbière.
Traduzione e commento introduttivo di Giulio Braccini.
Tristano Corbière, poeta maledetto, bastardo di genitori non solo legittimi ma addirittura legittimisti (e siamo verso la Comune), crebbe deforme ed esportò del tutto involontariamente il dibattito nostrano sulla gobba di Leopardi (che forse fa il poeta, o forse ne è fatta): nel suo natio borgo selvaggio lo chiamavano simpaticamente l’Ankou (la Morte) e lui ripagava i villani con burle di dubbio gusto ("rires jaune", risate gialle, amare o magari acide) e scrivendo antipoesie con metri tanto precisi da un punto di vista purissimamente formale quanto sostanzialmente sbilenchi ("ses vers faux furent ses seuls vrais", i suoi versi falsi, stonati, furono gli unici veri). Verlaine lo mise fra i suoi Grandi, Huysmans lo definì incomprensibile e straziante, Laforgue ne deprecò una presunta sciatteria prosodica (che è come dire che Pascoli non sapeva il latino), Papini lo importò in Italia, Palazzeschi lo orecchiò, Bréton lo antologizzò per l’umor nero, Eliot ne trascrisse versi nella Wast Land, Pound lo mise nel suo canone pedagogico, Beckett lo plagiò come Nietzsche con Stirner. Nel suo autoesilio, a Roscoff, venne raggiunto da un sedicente impresario della capitale e dalla sua amante, in vacanza; costei gli concesse parte delle sue grazie e divenne Marcelle, "la rime en ’elle’" degli Amori gialli, mentre lui, seguendoli nel vortice da WC di quella vita parigina, divenne Tristano, il terzo di una coppia.
Nel passaggio (esposto in senso inverso) da para-gauguiniani cristi rancidi a un volenteroso puttanesimo nasce Parigi, il poemetto che presentiamo qua lacerto. Ne mancano due sonetti, la cui musica da ingénus ci è stato, per il momento (e parliamo di anni), impossibile riprodurre. Rifacimenti dalla sua opera se ne possono elaborare con una certa facilità (anzi, si tratta di uno degli sport preferiti dall’estensore della presente nota), traduzioni - mah. Tant’è vero che ci siamo dovuti inventare un novenario giambico che mimi un’endecasillabo troncato (scazonte, zoppicante), facendolo crescere senza ritegno in un più musicale (ma altrettanto anomalo) decasillabo dai reiterati pronomi possessivi nelle terzine del Sonetto IV, e stabilendo lo stesso verso come base della chiusa (Ridi - bravo! - fa’ l’amareggiato). Non basta: se Céline ci ha regalato i suoi auratici (vedi Mari) tre puntini, noi ci siamo dovuti rifare all’altrettanto sospensiva invenzione di un altro Tristano (il figlio di Walter Shandy): il dash - o trattino che dir si voglia - che anche Corbière usa in abbondanza, senza però contarlo metricamente come abbiamo voluto far noi in questa sede. Non segnaleremo tutte le bislacche sinalefi e dialefi al cui stremo ci siamo ridotti, sottolineando solo (e solo qui e ora) che alcuni versi hanno anche preteso l’onore dell’ipermetro, in ogni modo giustificato da se stesso: "Castra l’amore… l’amore - lungaggini!", diceva il nostro (o chi in lui); e per assicurarci uno dei suoi pre-warholiani "Quarti d’ora d’immortalità!" siamo stati disposti ad aggiungere, ai sei sonetti, una canzone disperanzosa nella sua versione settenaria.
A tutto ciò, ben presto, daremo altra forma, lo venderemo a peso d’euro e lo dedicheremo a un nostro mentore d’altri tempi e al puttanesimo che ci seppe insegnare, vergognandoci per il momento di non aver incassato da quest’ozio nemmeno un mozzicone di lapis, che, si sa, "c’est ma lyre".
Tristano Corbière: Parigi
I. Bastardo di Creola e di Bretone
II. Là: vivi a frustate! - passare
IV. Amavo… - Ah, questa non va più!
V. È la bohème, bambino: rinnega
VI. Evohè! E frusta la vena!
VIII. Ridi - bravo! - fa’ l’amareggiato,
Paris I
Bastardo di Creola e di Bretone,
Ci venne anche lui - formicaio
Bazar dove nulla è di pietra,
Dove il sole manca di tono.
-Coraggio!- alla fila… un piantone
Vi pressa alla sbarra - Indietro! -
…Incendio - spento, neanche lustro;
Vuoti o no, ma passan secchioni. -
Là la sua musa fu pulzella
Signorina da marciapiede,
Uno chiede: Che vende quella?
- Nulla - Lei ci restava stupida,
Non sentendo suonare il vuoto
E ascoltando passare il vento…
Paris II
Là: vivi a frustate! - passare
In fiàcchere - in cellulare;
Ripassare - a ritornello,
Superarsi - e trapassare!…
- No, piccolo, proprio alla grande
S’inizia - che semplice trucco -
Povero: oro dappertutto;
Oscuro: un nome che li stenda!…
Alle mescite te lo incolli
E lo insegni a dei pappagalli
Che lo cantino - o lo fischino...
- Musica! - Il paradiso è qui
Dei maometti e delle urì,
Di dèi sponsor che si schiaffeggiano!
Paris III
[…]
Paris IV